
Fai fatica, almeno ti scaldi. Come no.
Per il secondo anno alla Novaremberg.
Via. Alzarsi alle cinque, appendere la bici alla macchina e farsi due ore per poi congelarsi nelle campagne sperdute del Piemonte insieme ad altri 500 sconosciuti. Alè
All’inizio faceva meno due.
Poi però ho trovato un torello a cui attaccarmi. “Faccio più fatica così mi scaldo”.
Ho solo fatto più fatica.
A un certo punto abbiamo fatto gruppetto. Poi mi sono staccato perché sono schizzinoso. C’è gente che gode nel lanciarsi nel fango. Maiali. Io no. Se c’è la pozza rallento, scalo, cerco di girarci attorno, e se non ci riesco bestemmio. Il fango non lo prendi subito. Ma quando acceleri, le ruote girano e sparano pezzi di fango (se va bene, fango) in giro. Una pallottola sugli occhiali. Due schizzi in faccia.
Che schifo.
A metà il ristoro. Non un ristoro. IL ristoro: agriturismo, tollone infuocato, cover band che canta Battisti. No gel, no maltodestrine. Plumcake al cioccolato della Metro tagliati a bistecche, té caldo zuccherato (quello del bidone di quando giocavi a calcio, o a hockey nel mio caso), cotechino e lenticchie.
Poi pedalo di nuovo. E smadonno di nuovo.
Perché sono bagnato di sudore e c’è un freddo dell’ostia. Pedalo piano ma con cadenza alta, so che faticare non ha senso. Musica nelle orecchie. Italiana. Raf, e poi funzione “radio” di Spotify. Fa lui. Pilota automatico fino all’arrivo, con qualche sprazzo sul finire. 112 km, quasi tutti sterrati. Passo il gonfiabile.
Paniscia (riso salame fagioli, alé).
Bici di nuovo appesa alla macchina. Musica folk. Tepore, finalmente. In curise control fino a casa.